L'intervento congiunto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran ha innescato il più grave shock sull'approvvigionamento energetico degli ultimi decenni, spingendo il prezzo del petrolio Brent oltre i 110 dollari al barile e quello del gas europeo sopra i 60 €/MWh. Sebbene le quotazioni si siano parzialmente ridimensionate dopo l'annuncio del Presidente Trump su una possibile fine del conflitto, una rapida soluzione diplomatica appare improbabile e i mercati globali restano altamente volatili. Anche in caso di conclusione relativamente rapida, l'economia mondiale dovrà affrontare mesi di discontinuità, dovuti ai tempi necessari per l'attivazione delle riserve strategiche e il ripristino delle infrastrutture interrotte.
L'Ungheria risulta esposta in modo indiretto ma significativo allo shock energetico globale, attraverso l'aumento dei prezzi energetici europei, il rallentamento della domanda estera e il riemergere di pressioni inflazionistiche. L'accelerazione dei prezzi a livello globale aumenta i costi di input per le imprese ungheresi, in particolare nei settori ad alta intensità energetica quali logistica, chimica, agricoltura, trasformazione alimentare, metallurgia, costruzioni e commercio all'ingrosso. Questi shock comprimono la redditività, scoraggiano gli investimenti e rischiano di rallentare il percorso di crescita, stimato ora all'1,1% rispetto al 2% precedentemente previsto per il 2026.
La crescita dei salari reali subisce ulteriori pressioni, oltre al rallentamento già atteso a seguito dell'aumento dei prezzi alla produzione legato al conflitto. Di conseguenza, i consumi privati — attualmente unico vero motore della crescita — sono destinati a indebolirsi più di quanto previsto prima della crisi. Una riduzione delle importazioni potrebbe compensare solo in parte tale effetto. Nel frattempo, i rischi per la domanda estera del comparto manifatturiero restano orientati al ribasso.
I rischi fiscali risultano in forte aumento. Nei mesi di gennaio e febbraio il deficit ha raggiunto i 2.103 miliardi di fiorini, pari già al 39% dell'obiettivo annuale, a causa di pagamenti straordinari, aumenti salariali e pensionistici con effetti permanenti e della reintroduzione del tetto ai prezzi delle utenze. Il calo delle entrate IVA segnala una domanda interna debole. Il conflitto aggiunge ulteriori criticità: maggiori costi di sostegno (potenzialmente +350 miliardi di fiorini), aumento dei rendimenti legato all'avversione globale al rischio e minori entrate fiscali rispetto alle attese. Nel medio periodo, misure strutturali come la quattordicesima mensilità per i pensionati e il programma "Otthon Start" eserciteranno una crescente pressione sui conti pubblici. Nel complesso, il deficit per il 2026 è stimato al 5,9% (rispetto al 5,5% previsto), con un contestuale aumento del debito pubblico.
L'inflazione, scesa temporaneamente all'1,4% a febbraio dal 2,1% di marzo, è attesa tornare in aumento. Nonostante il tetto ai prezzi dei carburanti, l'incremento dei costi di produzione e la vulnerabilità del fiorino trasmetteranno le pressioni globali sui prezzi al consumo. Si prevede un'accelerazione dell'inflazione fino al 4,7% entro fine anno, con una media intorno al 3,3% nel 2026. Le condizioni di politica monetaria si irrigidiscono di conseguenza: la Banca Nazionale Ungherese potrebbe seguire gli attesi rialzi dei tassi da parte della BCE, invertendo il precedente orientamento più accomodante. Il fiorino resta sensibile alle turbolenze dei mercati fino alla conclusione del conflitto.
Focus Economia in collaborazione con UniCredit Bank.