Rapporto economico · 28.02.2026

Aggiornamenti macroeconomici — gennaio 2026

Aggiornamenti macroeconomici — gennaio 2026

Sebbene gli ultimi dati mostrino che diversi indicatori economici — quali produzione e ordini industriali, esportazioni e indicatori di fiducia — abbiano registrato un lieve miglioramento, la loro dinamica resta nettamente inferiore a quella dei consumi privati, che continuano a rappresentare l'unico vero motore della crescita. Gli investimenti costituiscono la componente più debole dell'economia: nonostante i grandi progetti in corso, non si osserva una ripresa significativa e il calo pluriennale sembra essersi arrestato solo alla fine del 2025. Gli indicatori suggeriscono che il punto minimo sia stato raggiunto e che una graduale ripresa possa avviarsi nel 2026, sostenuta dal programma di prestiti “Otthon Start”, dai previsti tagli dei tassi e da un effetto base favorevole. Permangono tuttavia rischi legati alla spesa fiscale pre-elettorale, poiché eventuali aggiustamenti successivi potrebbero comprimere gli investimenti pubblici.

La produzione nel settore delle costruzioni è cresciuta nel 2025, trainata soprattutto dai progetti infrastrutturali (strade e ferrovie), anche se il clima di fiducia nel comparto resta debole. Le nuove abitazioni completate sono ai minimi degli ultimi nove anni, mentre i permessi di costruzione sono in aumento da circa un anno. Il programma “Otthon Start” e un portafoglio ordini non residenziale significativamente più elevato dovrebbero sostenere il settore, nonostante persistano carenza di manodopera e bassa redditività.

Nel corso del 2026 i consumi privati dovrebbero rimanere il principale fattore di crescita, sostenuti dall'aumento dei salari reali e dai trasferimenti fiscali. La redditività delle imprese resta invece sotto pressione a causa della crescita dei salari superiore ai guadagni di efficienza, del basso utilizzo della capacità produttiva e della forte concorrenza delle importazioni cinesi. Una ripresa più decisa degli investimenti è attesa solo nella seconda metà del 2026, favorita dal miglioramento del contesto europeo e dall'avanzamento di grandi progetti industriali (BYD, CATL, BMW). A causa della forte domanda di importazioni generata da consumi e investimenti, le esportazioni nette difficilmente contribuiranno in modo significativo alla crescita nel 2026.

Considerato l'ampio elenco di rischi al ribasso — tensioni geopolitiche, dumping cinese, crescente protezionismo, nuove criticità nelle catene di approvvigionamento, rischi legati al debito e la riduzione dei turni presso Mercedes fino al terzo trimestre 2026 — appare probabile una revisione al ribasso dell'attuale previsione di crescita del 2,1% dopo la pubblicazione del PIL di marzo.

Il bilancio pubblico ha registrato a gennaio un surplus di 37 miliardi di fiorini, sostenuto temporaneamente dai bassi costi delle utenze; nei mesi successivi emergeranno però spese aggiuntive legate al congelamento mensile dei sussidi energetici. Le entrate fiscali sensibili all'andamento economico confermano la solidità dei consumi, ma anche la persistente debolezza del settore corporate. Le misure annunciate dopo l'ultimo aumento dell'obiettivo di deficit implicano già uno scostamento dello 0,6% rispetto al target del 5,5% per il 2026, potenzialmente maggiore senza una correzione a metà anno.

L'inflazione è scesa bruscamente al 2,1% in gennaio, trainata dal calo dei prezzi alimentari e da misure amministrative di contenimento dei margini, mentre anche l'inflazione core si è attenuata. I beni industriali mostrano dinamiche meno favorevoli, anche per il limitato trasferimento dell'apprezzamento del fiorino e per possibili aumenti globali dei prezzi dei chip; i beni durevoli legati all'abitazione hanno registrato aumenti significativi, in parte collegati al programma “Otthon Start”. L'inflazione media nel 2026 è attesa intorno al 2,5%.

I dati di gennaio hanno consentito alla banca centrale ungherese (MNB) di ridurre i tassi di 25 punti base al 6,25%, con ulteriori tagli probabili nei mesi successivi. Tuttavia, l'incertezza politica in vista delle elezioni di aprile e un eventuale rafforzamento del dollaro potrebbero rallentare il ciclo di allentamento. La debolezza della domanda aggregata suggerisce che la crescita del PIL potrebbe risultare inferiore all'attuale previsione del 2,1%.

Focus Economia in collaborazione con UniCredit Bank.